martedì 11 settembre 2012

Il dicloroacetato potrebbe curare il cancro, ma non può essere sperimentato

Ripubblichiamo anche nel nostro sito il seguente articolo apparso qualche tempo addietro su Galileo il sito Web diretto da Elisa Manacorda uno dei notiziari più vivaci, attenti e scientificamente attendibili non solo dell’Italia. Non abbiamo avuto occasione di parlare con ricercatori qualificati su questo tema, ma crediamo che il problema del dicloroacetato debba essere affrontato con grande attenzione senza farsi prendere da facili entusiasmi. Ma, giustamente, come è detto nell’articolo questo problema mette in evidenza i grandi problemi della medicina moderna.....

Sono molte purtroppo le molecole che non vengono sperimentate adeguatamente proprio perché sono conosciute da tempo e si trovano già in vendita a prezzi bassissimi e quindi non possono essere brevettate

: L’impossibilità di brevettarle rende queste molecole poco interessanti per le case farmaceutiche.””DCA, Dicloroacetato. È il nome della molecola che sta facendo emergere le contraddizioni della medicina e della farmacologia contemporanee. A gennaio, uno studio condotto all’Università di Alberta, Canada, e pubblicato su Cancer Cell, ha evidenziato che il Dca è un potente proapoptotico, è cioè in grado di ricondurre le cellule tumorali sulla strada della morte programmata, la sorte cui sarebbero destinate se non sviluppassero strategie di elusione che le rendono praticamente immortali.Questa piccola molecola agisce inibendo un enzima nei mitocondri (il Pdk, pyruvate dehydrogenase kinase) che, innescando un meccanismo a cascata, porta all’apoptosi delle cellule tumorali (ma non di quelle sane). Risultato: si osserva una drastica riduzione della loro capacità proliferativa e di crescita, con la conseguente riduzione della massa tumorale. Il tutto senza alcun effetto collaterale apparente.Ma si tratta solo di sperimentazioni su modelli animali. Il passaggio alla sperimentazione sull’essere umano è cosa lunga e difficile. Come al solito. Più del solito, in realtà. Perché il dicloroacetato è una molecola già in uso da decenni, soprattutto nella potabilizzazione e disinfezione delle acque, e nel trattamento di alcune sindromi metaboliche. Dunque non è brevettabile, e chiunque svolgesse trial clinici non potrebbe godere degli eventuali guadagni esclusivi derivanti dalla sua commercializzazione. È a tutti gli effetti un’ “orphan product”, per dirlo dell’americana Fda (Food and Drug Administration), che col patrocinio del dipartimento della salute, a tali prodotti, in particolare a quelli destinati alla cura di malattie rare, dal 1982, ha dedicato un ufficio competente l’Office of Orphan Product Development (OOPD). Per aggirare gli ostacoli e velocizzare i tempi, il responsabile della ricerca, Evangelos Michelakis, chiede un finanziamento al Ministero della Salute canadese. Ma la procedura di approvazione del piano di ricerca richiederà settimane, forse mesi. Così nel frattempo, con una lettera pubblicata sul sito dell’Università di Alberta, Michelakis lancia una sottoscrizione per finanziare i suoi studi suq questa promettente molecola. Occorrono almeno 1,5 milioni di dollari per cominciare; al momento si è fermi a 100 mila.Intanto i pazienti non stanno a guardare. Avidi di informazioni sugli esperimenti che potrebbero salvare loro la vita, ci mettono poco a scovare quelli sul Dca, a confrontarsi in rete, a mettere su una community di malati e loro parenti, esperti e non esperti. E ci mettono un attimo a reperire, anzi a produrre, e autosomministrarsi il dicloroacetato. Thedcasite.com (il sito di riferimento, insieme a buydca.com) diviene in breve un ingorgo di informazioni mediche e storie, consigli sulle dosi e sulle interazioni della molecola con altri farmaci. “Se c’è soltanto una piccola possibilità che il Dca faccia regredire o uccida il cancro, molti di noi si affretteranno ad usarlo”, dice MarkW. E lo stanno facendo.Molti comunicano i risultati delle analisi a intervalli regolari, un vero e proprio follow up; altri sono sfiduciati per l’inefficacia del trattamento. I temporanei miglioramenti di qualcuno sono additati allo straordinario potere del Dca. O a un miracolo. Tuttavia, la comunità scientifica è molto cauta. Al momento “si conoscono degli effetti di Dca a livello cellulare e preclinico, ma gli studi eseguiti non consentono di stabilire se il suo meccanismo d’azione abbia un interesse per la terapia dei tumori umani”, sostiene Maurizio D’Incalci, direttore del dipartimento di Oncologia all’Istituto Mario Negri di Milano. Inoltre, “sostanze con meccanismi d’azione analoghi non si sono rivelate efficaci quando sperimentate in modo rigoroso a livello clinico”.Cautela, dunque, anche perché “se si utilizzano preparazioni ‘artigianali’ vi sono dei rischi connessi alla mancanza di controllo di qualità del prodotto”. Quanto al metodo, continua D’Incalci, “credo che quel tipo di sperimentazione non consenta di ottenere delle valutazioni credibili dei risultati” anche se ritengo che “i pazienti e le loro associazioni debbano avere una parte attiva nella ricerca di nuove terapie e non subire quanto deciso dall’industria del farmaco. Ma attraverso una collaborazione ed uno stimolo costruttivo della comunità scientifica, che possiede gli strumenti scientifici e metodologici per condurre le sperimentazioni in modo appropriato”.Vista da uno storico e filosofo della medicina quale Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della Medicina presso l’Università “La Sapienza” di Roma, la vicenda non ha molto rilievo per il “fatto che i malati si organizzino per cercare di bypassare o accelerare alcune fasi della sperimentazione clinica”. Questo, dice, “era già accaduto per la sperimentazione di alcuni farmaci antiAids”. Il caso diclororacetato, piuttosto, mette in luce “che sta crescendo l’insofferenza sia da parte dei pazienti sia da parte dei medici per i vincoli procedurali, di natura economica ma anche etico-politica, che condizionano le opportunità di cura. Verosimilmente sono soprattutto i controlli e i vincoli imposti dalla bioetica negli ultimi decenni che hanno determinato un aumento ingente dei costi della sperimentazione, al punto che oggi solo le imprese farmaceutiche possono sostenerli”. A tal punto, continua, “sarà inevitabile una crescente ribellione dei malati, che sono più disposti a correre rischi di quanto non ritengano i bioeticisti e i politici”.Ma Corbellini ci tiene a essere chiaro: “Nonostante l’eccesso di proceduralismo e di tutele che alla fine stanno mettendo la ricerca clinica nelle mani dei privati, la sperimentazione clinica è indispensabile per stabilire in modo obiettivo l’efficacia di un farmaco. E l’esperienza dei pazienti, a meno che venga organizzata nella forma di un trial clinico, non può appurare nulla. I pazienti devono capire che la sperimentazione clinica deve essere fatta in un certo modo per dare una risposta accettabile. In tal senso, dovrebbero comunque seguire le procedure, altrimenti rischiano di ritardare l’accertamento invece che accelerarlo”.Intanto, la molecola dei miracoli o della discordia, continua ad essere assunta. “Sono centinaia, ormai” sostiene Jim Tessano, il biologo creatore del sito su cui è possibile acquistare Dca. E tra essi comincia a serpeggiare la delusione per l’assenza di finanziamenti privati al «loro studio». “Perché la Bill & Melinda Gates Foundation non sta dando ciò che ha promesso?”, si chiede Steve in una delle stanze del forum.“Dobbiamo lavorare duro per immettere questo farmaco sul mercato” sostiene Jimmi a meno di una settimana dalla scomparsa della moglie, “speravo che il Dca funzionasse, non vorrei vedere più nessuno soffrire come ha fatto lei negli ultimi otto mesi”. Così, mentre le morti si succedono inesorabilmente, l’esperienza individuale cerca di trasformarsi in impegno sociale. Ed Internet si conferma essere il luogo di elezione di queste dinamiche, conferendo nuova pubblicità a fatti, eventi, persone e rendendo possibile quella che più di dieci anni or sono, un filosofo e antropologo canadese, Pierre Levy, ha definito intelligenza collettiva. Una capacità di conoscenza potenziata grazie all’interazione su scala globale di singole intelligenze ed esperienze.Sì, in effetti si tratta di un esempio di intelligenza collettiva”, conferma, seppure con cautela, Levy, “anche se Internet di per sé non crea alcuna conoscenza. Solo le comunità umane creano conoscenza, eventualmente attraverso l’uso di Internet”. Nel caso specifico, conclude lo studioso, “i pazienti e gli animatori delle comunità dovrebbero organizzarsi nello stesso modo della comunità scientifica per testare il Dca e riportare i risultati dei test. Questo è l’unico modo per trasferire conoscenza alle generazioni future”.

1 commento:

  1. Per info: http://www.focus.it/community/cs/forums/thread/484378.aspx

    RispondiElimina